Alle superiori, un professore dice a un ragazzo che non avrebbe mai fatto niente nella vita.
A vent'anni, non viene assunto al lavoro a cui ambiva.
Poi la ragazza lo tradisce.
Tre episodi. Tre persone che dicono o fanno qualcosa.
3 su 8 miliardi.
Eppure da quel momento in poi, qualcosa cambia. Non clamorosamente ma piano piano. Si tira indietro sulle cose che vuole davvero. Arriva ai colloqui già convinto di come andrà. Nelle relazioni si fa piccolo, ha timore a chiedere, inizia a credere di avere poca autostima.
Però non è pigro, non è che non ci tiene.
Ma una parte di lui ha già deciso chi è.
Secondo te Reader, di cosa aveva bisogno questo ragazzo per stare meglio?
Di capire da dove veniva quella convinzione? Di analizzare quei tre episodi? Di rendersi conto razionalmente che tre persone non definiscono nessuno?
Annuncio! L'8 aprile inizia la prossima sessione di 21 giorni di reset del sistema nervoso. Ricorda se vuoi cambiare la tua mente non puoi farlo con un corpo in tensione (più info in fondo).
No, anche perché è esattamente quello che aveva già fatto.
Aveva fatto terapia, aveva letto libri, aveva capito da dove veniva il meccanismo.
Quando ci siamo incontrati la prima volta ha saputo spiegarlo in modo preciso e dettagliato, eppure continuava a vivere dentro a quella storia limitante.
E qui c'è qualcosa di importante da capire forse la cosa più fraintesa di tutta la crescita personale.
Capire non è sentire.
Puoi sapere di essere abbastanza e continuare ad ammazzarti di lavoro. Puoi sapere che i tuoi genitori hanno fatto del loro meglio e sentire ancora rabbia. Ti dicono che vali che sei brillante ma non risuona con la versione che hai di te.
Il problema non è la consapevolezza.
La consapevolezza è essenziale, è il primo passo. Ma poi può diventare l'ostacolo, perché ti dà l'illusione di aver fatto il lavoro.
Torniamo al ragazzo.
Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, non pensava di non valere. Lo viveva. Si comportava come se non fosse mai pronto, come se ci fosse sempre qualcosa da aggiustare prima di potersi permettere di provarci.
E c'è una cosa che mi preme dirti più di ogni altra cosa sottolineare in questa mail, quando parliamo di "credenze limitanti" sembra che ci siano due cose separate: noi, e la credenza. Come se fosse qualcosa che abbiamo, non qualcosa che siamo.
Ma non funziona così.
Quando una convinzione si radica abbastanza in profondità, non la pensi più. La vivi. Non c'è distanza tra te e lei, sei così identificato con quella visione di te stesso che diventa il tuo punto di partenza.
Il tuo normale.
Lui non si svegliava la mattina pensando "sono un fallito." Si svegliava e agiva come quella persona lì. Senza nemmeno accorgersene.
Io ho vissuto qualcosa di simile.
Da adolescente, qualche persona mi ha detto che ero troppo magro. Cinque persone, forse. Ma è bastato.
Senza accorgermene ho iniziato a compensare. Ad allenarmi di più, a costruire un'immagine diversa, a cercare fuori un modo per essere visto per "andare bene".
I risultati sono arrivati. Ma quella spinta non si è fermata, ha solo alzato l'asticella. Sempre un altro obiettivo. Sempre qualcosa da migliorare.
Ovviamente ho portato quel non abbastanza nel lavoro, nelle relazioni, ovunque.
La differenza tra me e il ragazzo? Lui si era fermato, come se il verdetto fosse già scritto. Io sono andato nella direzione opposta: "ora vi dimostro, vi faccio vedere".
Due risposte diverse. Ma partivano esattamente dallo stesso posto.
(Non è una giusta o l'altra sbagliata sono ile due reazioni che possiamo avere.)
Quindi torno alla domanda di prima, di cosa avevamo bisogno?
Di sicuro non di un'altra spiegazione.
Quando sei piccolo e stai male. Non vuoi che qualcuno ti spieghi perché stai male. Vuoi essere visto, accolto, sentirti al sicuro.
Ha senso no?
Perchè quella parte di te che porta ancora quel peso, non vuole essere capita. Vuole essere incontrata.
E qui arrivo al punto che nessuno vuole sentire. O meglio, tutti capiscono, ma pochi fanno davvero.
Quando senti disagio, ansia, quella sensazione che ti si chiude qualcosa dentro, il nostro compito non è analizzarla, non è capire da dove viene. Non è trovare la spiegazione giusta.
È starci.
S-T-A-R-C-I
Attraversarla senza scappare.
Come diceva spesso il mio maestro: "the only way out is through." (l'unica via per uscirne è attraverso)
So che sembra semplice detto così. Ma so anche, perché lo vedo ogni giorno con le persone con cui lavoro, che appena arrivi a questo punto, la mente trova mille modi per spostarsi. Inizia a ragionare, a spiegare, a contestualizzare. Torna nella testa.
Perché stare con quello che senti fa paura. Quella sensazione non è solo una sensazione, è una parte di te che, in un momento della tua vita, non è stata vista, non è stata accolta, non è stata protetta. E ogni volta che torna, è come se chiedesse: "questa volta ci sei?"
E noi, di solito, rispondiamo con un'altra analisi.
Ora è sicuro
Bessel van der Kolk lo dice chiaramente nel suo libro "il corpo accusa il colpo": "il sistema nervoso non cambia quando capisci. Cambia quando sperimenta sicurezza." Quando impara, attraverso l'esperienza diretta, che quella sensazione non è un pericolo.
Entri un po'. Esci. Il sistema impara. La capacità di stare aumenta.
Finché un giorno ti accorgi che non reagisci più nello stesso modo. Non sei sparito dentro la storia. Sei ancora lì ma non ne sei travolto.
Come dice un detto buddhista: "sapere cos'è il fuoco non scalda."
Finché non ti avvicini, non ne sentirai mai il calore.
A presto,
Daniele
P.S. — Tu Reader in quale reazione ti riconosci? C'è chi spinge per dimostrare e chi si chiude. E cosa usi per non sentire (lavoro, alcol, cibo, scrolling, a volte anche la crescita personale stessa?
 |
€21.00
21 giorni - Reset Sistema Nervoso
Prossimo inizio: Mercoledì 8 Aprile
Un percorso esperienziale direttamente nella tua casella email 1 volta al giorno per... Read more
|
Percorso individuale
Se ti interessa approfondire il lavoro sull'identità e come riprogrammare la tua mente puoi candidarti al percorso 1:1, quando ci saranno posti liberi sarai avvisato/a.
|
Unsubscribe · Preferences