Ci sono giorni in cui non è solo quello che succede a far male, ma il significato che li diamo.
Magari il corpo si infiamma.
Magari arriva un imprevisto
Magari qualcosa si blocca proprio mentre volevi andare avanti.
E insieme al fastidio fisico o alla difficoltà del momento, parte un dialogo interno molto veloce:
“Ecco, siamo di nuovo qui.”
“Vuol dire che non sto cambia mai niente.”
“Vuol dire che sono fragile.”
Questa parte, spesso, pesa più della situazione in sé.
Negli ultimi anni ho visto una cosa sia su di me che nelle persone con cui lavoro: c’è una differenza enorme tra ciò che senti nel corpo e la storia che la mente costruisce su quello che sta succedendo.
Il corpo manda segnali.
La mente prova a interpretarli.
E quando l’interpretazione va verso pericolo, fallimento, limite permanente, tutto il sistema si irrigidisce.
È lì che una fase diventa una sentenza.
A me è successo in modo molto chiaro con la schiena.
Periodi lunghi in cui stavo bene, poi qualche riacutizzazione di pochi giorni. Ogni volta il dolore era simile, ma l’esperienza cambiava completamente in base a come lo leggevo.
Se dentro di me diventava la prova che c’era “qualcosa che non andava in me”, il corpo entrava in allarme, la tensione saliva, il recupero sembrava più lontano.
Quando invece riuscivo a vederlo come un momento dentro un percorso più grande, restava impegnativo, però gestibile.
Questo vale per il mal di schiena, ma anche per donne con il ciclo doloroso, un infortunio, un periodo emotivo pesante, un blocco nel lavoro o nelle relazioni.
Molte persone che incontro si sentono “rotte” in qualche area della loro vita.
Il punto è che spesso quella sensazione nasce più da come si vedono che da quello che stanno attraversando.
La sofferenza nasce quando dici
"Non dovrebbe essere così."
Quella frase crea frizione tra ciò che è e ciò che vorresti.
E quella frizione ti consuma.
Accettare non vuol dire arrendersi.
Vuol dire smettere di lottare contro il fatto che ora è così.
Quando in quei giorni riesci a dirti:
"Ok, oggi è così."
Non ti definisce.
Non è tutta la mia vita.
È una fase.
Succede una cosa.
Il corpo si ammorbidisce.
La mente smette di correre verso scenari catastrofici.
E riesci a fare la parte che ti compete davvero.
Che è lavorare su quello che puoi migliorare.
Nel mio caso, rinforzare la schiena, muovermi in modo intelligente, costruire gradualmente capacità.
Ma anche lavorare sulla paura.
Perché puoi avere una schiena fortissima e avere ancora paura di piegarti a raccogliere una scarpa.
E quella paura, se resta, continua a dirti che sei fragile.
Quindi il lavoro è doppio.
Strutturale
Rendere il corpo più capace, più forte, più adattabile.
Mentale
Cambiare il significato che dai alle ricadute, ai momenti no.
Non sto negando che si siano giorni difficili e dolorosi ma sto togliendo l’etichetta di condanna.
E questo cambia tutto.
Se in questo momento ti senti rotto, fragile, indietro, bloccato, voglio dirti questo.
Quello che stai vivendo è reale, il dolore è reale, la fatica è reale, ma quello che stai pensando su di te potrebbe NON essere vero.
E ogni volta che attraversi uno di questi momenti senza cedere alla storia che dice non cambierà mai, stai diventando più forte dentro.
Tutto sommato siamo le persone che siamo, soprattutto grazie alle situazioni che non volevamo, che però abbiamo affrontato.
Quindi a volte il vero allenamento non è quando tutto va bene, anzi è proprio quando sei nel mezzo della difficoltà e scegli, anche solo un po’, di non identificarti con essa.
Non sei il tuo dolore.
Non sei il tuo momento no.
Sei qualcuno che sta attraversando una fase.
E le fasi cambiano.
Sempre.
A presto,
Daniele
P.s.
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