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Daniele Leggio

Fare di più ti allontana da ciò che vuoi


Fare di più ti allontana da ciò che vuoi

Forse non hai niente da risolvere

Daniele Leggio

Problema → Soluzione

Tutto il mondo ragiona così: una volta vista la causa, serve un’azione correttiva per sistemare la causa.
È una premessa talmente radicata che quasi nessuno la mette in discussione, neppure nel mondo “consapevole”.
Eppure è proprio lì che nasce la trappola.

Hai un problema e la domanda che arriva puntuale è sempre una:
“Ok, ho capito il mio problema. E adesso cosa faccio?”

Di solito la risposta è chiara.
Hai l’ansia? Fai questo.
Hai male alla schiena? Fai quest’altro.
Ti senti perso? Medita.
Sei stanco? Cambia routine.

E spesso funziona!

Infatti il punto non è che fare sia sbagliato.
Il punto è cosa succede dentro di te mentre lo fai.

Perché a volte, senza accorgertene, l’azione smette di essere un supporto e diventa una condizione.
Tipo: sto bene quando medito, sono calmo quando seguo la routine, sto a posto quando faccio tutto giusto.

E nei giorni in cui non riesci a farlo, cosa succede?

Non perdi la pratica.
Perdi il permesso di stare bene.

Ed è lì che l’azione, da aiuto, diventa una bella gabbia.

“Starò bene quando avrò 10 kg di meno.”
“Quando avrò più soldi starò tranquillo.”
“Quando guarisco, quando risolvo, quando miglioro.”

Ti accorgi come stai sempre rimandando il permesso di stare bene a dopo?

Senza accorgertene, inizi a vivere così:
quando faccio, sto bene. Quando non faccio, qualcosa manca.

E pian piano il messaggio diventa chiaro:
io, senza fare, non vado bene.

Arrivare dove?

Circa dieci anni fa mi sono formato come insegnante di yoga.
E come molte persone mi sono avvicinato a questo mondo perché cercavo qualcosa.

Possiamo chiamarla pace, serenità, stabilità interiore, me stesso.

E lo yoga, per un periodo, mi ha dato tutto questo.
Il punto è che non mi ero accorto da dove stavo partendo.

Non praticavo per esplorare.
Praticavo per arrivare.

E quando una pratica nasce da lì, a un certo punto ti esaurisce.

Il mondo è freddo

Per capirlo meglio ti do una metafora: immagina di indossare una mascherina da sci con le lenti blu.
Di quelle avvolgenti, che dopo un po’ ti fanno sembrare di vivere su un altro pianeta.

La metti la mattina.
La tieni tutto il giorno.
Dopo qualche ora ti sembra normale vedere tutto blu.

Il cielo è blu.
Le case sono blu.
Le persone hanno una tonalità fredda.

A un certo punto pensi:
“Cavolo, fa freddo, le persone sono fredde, la vita è fredda.”

E allora inizi a fare di tutto per scaldarti.
Ti sforzi.
Ti dai da fare.
Cerchi soluzioni.

Quando l’unica cosa da fare sarebbe togliere gli occhiali.

E nel momento in cui li togli, ti accorgi che tutto quel lavoro…
non era necessario. 😄

UNA BELLISSIMA PRIGIONE

Ecco, gran parte della crescita personale funziona così.

Hai X.
Ecco la prescrizione per X.
E così X viene rinforzato.

Non perché la prescrizione sia sbagliata.
Ma perché nessuno ha guardato la lente.

Nessuno va in giro dicendo:
“Io sono il problema.” ma è esattamente quello che sente.

  1. C’è qualcosa che non va in me (chiamala ansia, insicurezza, blocco, paura, mancanza di fiducia, autostima bassa,..)
  2. Questa cosa va risolta.
  3. E quindi implicitamente il messaggio è così come sono ora, non vado bene.
    Devo cambiare, migliorare, aggiungere qualcosa.

Ecco, il problema non è avere qualcosa da affrontare, ma vivere ogni cosa come una prova che questo momento non è abbastanza.

Se l’energia con cui fai qualcosa è:
“Lo faccio per migliorare ciò che non va in me”,

allora puoi meditare.
Allenarti.
Curarti.
Ottimizzarti.
Usare mille tool di biohacking.
Seguire protocolli.

Ma stai sempre partendo dalla stessa premessa:
così come sono ora, non basta.

E cosa ottieni?

Una versione più regolata.
Più funzionale.
Più performante.

Ma della stessa identità di base.

Voglio dire, è come arredare meglio una stanza.
Cambiare le luci.
Renderla carina e accogliente.

Ma sei sempre in una dannata stanza. 🫠

I MIEI DIFETTI

Ed è impressionante quanto ci aggrappiamo a questa storia.

“Come ti permetti di dirmi che sto bene?”
“Guarda quanto sto male.”
“Questi sono tutti i miei sintomi.”
“Ho l’ansia.”
“Ho l’ADHD.”
“Ho problemi di autostima.”
“Soffro di solitudine.”

Implicitamente, cosa stiamo dicendo?

Non: “sto vivendo qualcosa di difficile”.
Ma: “io sono qualcosa di difficile”.

C’è stato un periodo in cui meditavo per trovare pace.
E la trovavo per un po’.

Ma nei giorni in cui, per un motivo o per un altro, non riuscivo a praticare, sentivo che mancava qualcosa, mi giudicavo e quel giudizio mi toglieva esattamente la pace che stavo cercando.

La pratica non era il problema.
Il problema era da dove nasceva la pratica.

Senza accorgermene, avevo legato la pace a un’azione.
Come se fosse una conseguenza.
Come se la serenità fosse qualcosa da guadagnare.

Così ovunque: nelle grandi città, nello studio di yoga di paese, perfino in India.
Persone vestite da yogi.
Mala al collo.
Abiti bianchi.
Discorsi profondi.
Tutti alla ricerca della pace interiore.

Come se fosse nel modo in cui ti vesti.
Nel mantra giusto.
Nella pratica giusta.
Nella postura giusta.

Il punto è sempre lo stesso: così come sono ora, non va bene.
Devo diventare qualcos’altro, una VERSIONE migliore.

Resistere alla realtà

Per assurdo, se desideri qualcosa, implicitamente significa che non ce l’hai.
Ovvero stai dicendo: dove sono ora non è dove voglio essere.

E se sei dove non vuoi essere, nasce la sofferenza.

A volte è leggera:
“Devo perdere dieci chili.”

A volte è molto più dura:
“Questa cosa non doveva succedere.”

E più resisti a ciò che è, più la sofferenza aumenta.

Non perché non devi fare nulla.
Ma perché stai discutendo con la realtà mentre cerchi di migliorarla.

Il mio invito non è smettere di fare.
È guardare da dove nasce il fare.

Continua con le tue routine, usa i prodotti che ti fanno bene,
ma se non riveli il punto di partenza, puoi fare tantissimo…
e continuare a vivere in una prigione bellissima.

Ma pur sempre una prigione.

Grazie per leggermi,
Daniele

Qui trovi il mio ultimo video in cui tratto l'argomento

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