Non sei davvero preoccupato di quello che pensano gli altri di te.
Sei preoccupato di quello che tu pensi di te, e usi gli altri come conferma.
Ho passato la mia adolescenza con una forte acne al viso.
Fino ai 19 anni mi alzavo ogni giorno e trovavo un bel punto rosso e dolorante.
Era difficile guardarmi allo specchio e ammettere:
“Ok, questa è la mia faccia e non ci posso fare niente.”
Provai letteralmente di tutto per apparire meglio.
Tolsi i latticini, scoprendo che erano ovunque.
Feci pulizie del viso dolorosissime, maschere, peeling.
Ogni volta sperando in un cambiamento che però non arrivava mai davvero.
Per fortuna.
Perché l’acne fu una delle lezioni più preziose della mia vita.
A quell’età non sentivo particolarmente gli occhi addosso, ma c’era quel naturale desiderio di appartenere, di essere piaciuto dagli altri.
Il fatto è che avere il viso coperto di brufoli e cicatrici non era esattamente il biglietto da visita che avrei scelto.
L’acne entrò così nella mia immagine di me stesso.
Diventò un problema.
Iniziai a raccontarmi una storia.
“Così non piacerò mai a nessuno.”
Mi definivo timido, poco socievole, trattenuto.
Finché un giorno feci un piccolo viaggio in Sicilia con mia madre.
Eravamo alle pendici dell’Etna, in un paese minuscolo.
Una donna anziana vendeva verdura su una bancarella sgangherata, di quelle che sembrano reggersi per miracolo.
Tra pomodori, zucchine e colori vivissimi c’era una manciata di albicocche.
Piccole, irregolari, piene di macchioline scure.
Alcune persone erano in attesa del loro turno e prendevano un po’ di tutto.
Io, curioso, mi avvicinai.
Quando toccò a me, un po’ dispiaciuto vidi che era rimasto poco.
La signora, con le sue mani secche e rugose, prese ciò che le era rimasto: un’albicocca dal mucchietto.
Me la porse dicendo:
“Mancia, picciriddu.”
Mangia, ragazzo.
La presi. Era morbida.
La annusai, diffidente.
Con sorpresa sentii un profumo intenso, quasi esagerato per un frutto così malconcio.
La addentai.
Il succo mi colò sulle dita.
La polpa era morbida, di quell’arancione rossastro del sole al tramonto.
Un’esplosione di dolcezza.
Sorrisi di gusto.
Probabilmente non sarebbe mai arrivata su uno scaffale di supermercato, troppo lontana dall’idea di perfezione che cerchiamo.
Ma era una delle cose più buone che avessi mai assaggiato.
E lì qualcosa si è chiarito.
Quell’albicocca valeva meno perché aveva le macchie nere?
No.
Ma a un certo punto io avevo iniziato a crederlo su di me.
Quanti di noi si riconoscono in questa storia?
Magari non per l’acne, ma perché da piccoli ci dicevano che dovevamo avere voti migliori, che eravamo troppo magri o troppo in carne, che dovevamo competere con un fratello o una sorella, che dovevamo essere forti.
Qualunque sia la forma, spesso succede questo: cresciamo troppo presto.
Troviamo strategie per sopravvivere.
Diventiamo adulti con la stessa voce interiore che crede di non valere e di dover dimostrare qualcosa.
Che cammina sempre in punta di piedi.
Il valore diventa qualcosa da guadagnare:
con quello che fai, con quello che sei, con il lavoro, con l’aspetto, con l’approvazione dei genitori, con una relazione, con uno status.
E avanti così.
In fondo ogni essere umano desidera essere amato e accettato.
Ma se crediamo di avere qualcosa di sbagliato, faremo di tutto per smentirlo: sforzarci, compiacere, perfezionarci, dimostrare.
C’è un proverbio africano che dice:
“Un bambino che non sente amore è pronto a bruciare il villaggio per sentirne il calore.”
Ma se la base resta “non vado bene” o “devo reggere tutto io”, quanto cambia impegnarti di più?
Nulla.
Ed è qui che si vede l’assurdità:
passiamo la vita a cercare di diventare ciò che pensiamo di dover essere per essere amati, mentre stiamo solo cercando di superare il nostro rifiuto.
E poi ci chiediamo perché siamo così assuefatti a distrazioni e dipendenze.
Ogni circostanza e parola del mondo esterno diventa una conferma di quel senso di inadeguatezza che sentiamo e crediamo vero su di noi.
Assurdo.
I tuoi genitori non sono d’accordo con le scelte che fai?
Il tuo partner non è d’accordo con qualcosa che vuoi fare?
Ricevi un commento negativo al lavoro?
Dentro di noi spesso due piani sono fusi senza che ce ne accorgiamo.
Un piano è questo:
gli altri esprimono la loro fatica, la loro ansia, le loro opinioni, le loro paure, il loro modo di stare al mondo.
L’altro piano è questo:
tu sei responsabile di tutto quello.
Il primo piano è reale.
Il secondo no.
La preoccupazione degli altri parla del loro sistema emotivo, non del tuo valore.
Ogni giorno ti alzi e fai quello che fai.
Dici quello che dici. Non dici quello che non dici.
E le persone penseranno quello che penseranno.
Ma questo determina qualcosa su di te?
Pensaci bene.
Quanto sarebbe divertente incontrare le persone, con tutti i loro strani pensieri su cosa stai sbagliando, senza sentirti sbagliato?
Quando non c’è più niente da proteggere, resta solo la vita che accade.
Non tutto ciò che fai sarà ideale.
Non tutto sarà ottimale per gli altri.
Ma è semplicemente quello che stai facendo.
E non ha nulla a che fare con la grandezza della tua anima.
Concludo con ciò che mi disse il mio Maestro un giorno:
“L’unica cosa che devi fare è toglierti di mezzo.”
Se senti che questo tema ti riguarda, ho creato uno spazio per esplorarlo con più calma e profondità.
Quando sarà il momento, lo sentirai.
A presto, Daniele
Percorso individuale
Se vuoi lavorare con me individualmente puoi candidarti al percorso 1:1, quando ci saranno posti liberi sarai avvisato/a.
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