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Daniele Leggio

Sono stanco di fare


La stanchezza che non dipende dal fare troppo

Come vivere in modo più leggero senza rinunciare

Daniele Leggio

Sono stanco.

Arrivo a fine giornata distrutto, ma con una strana sensazione di non aver fatto abbastanza.

Faccio fatica a riposare senza sentirmi in colpa.
Dico sì anche quando dentro vorrei dire no.
Vivo ogni critica come se fosse una sentenza su chi sono.
Appena raggiungo un risultato penso già al prossimo, senza riuscire a godermelo pienamente.
Mi confrontano con colleghi, amici, numeri, risultati.
Mi sento a posto solo quando sto producendo, aiutando, dimostrando qualcosa.

Sempre di più questi sono i sintomi che sono diventati la normalità nelle vite di moltissimi di noi.

Situazioni diverse, vite diverse ma stesso meccanismo di fondo.

Un’idea di base che passa inosservata, furtiva come un procione affamato: il mio valore dipende da quello che faccio, da quanto riesco, da quanto dimostro.

Conosco bene questo schema, l'ho portato avanti per anni.

E ti dico onestamente che funziona, ma prima o poi ti distrugge.

Perchè finché questo presupposto resta intatto, sarai disposto a tutto per dimostrare anche annientarti.

Magari eri tu quello che doveva reggere tutto.
Quello che capiva al volo l’umore di mamma o papà.
Quello che cercava di non dare problemi.

L’amore arrivava soprattutto quando facevi bene.
Un bel voto, un comportamento impeccabile, un risultato.

Altre volte c’erano frasi ripetute;
"Sei troppo sensibile."
"Non sei portato."
"Tuo fratello sì che è bravo."

Col tempo non senti più solo le parole, diventi tu quell’etichetta di dover dimostrare di più.

Così la vita diventa una lunga dimostrazione.
Al lavoro. Nelle relazioni. Anche nella crescita personale.

😙Quella volte alla lezione di Yoga dove dovevi dimostrare di essere migliore a fare quella posizione?

Quello che oggi chiami ambizione, perfezionismo, bisogno di riuscire, spesso è solo una vecchia strategia di sopravvivenza che sta ancora cercando di sistemare un passato che non c’è più.

Da dove ti muovi

Il punto diventa questo.

Finché scegli, lavori, ti impegni per sentirti una persona valida, una buona madre, un buon partner, una persona realizzata, starai sempre scappando dalla stessa paura silenziosa:

"forse, così come sono, non basto."

E allora la vita diventa un pendolo.

Raggiungi qualcosa e per un attimo ti senti a posto.
Poi l’equilibrio si rompe.

Se investi tutto nel lavoro, arriva la voce che dice che stai trascurando altro.
Se investi tutto nella famiglia, arriva la voce che dice che ti stai perdendo come individuo.
Se ti fermi, ti senti indietro.
Se corri, ti senti in colpa.

Il ciclo continua, cambia solo la forma esterna.

Qui non stiamo parlando di diventare passivi.
Non stiamo parlando di perdere ambizione.
Non stiamo parlando di mollare la disciplina o accontentarsi.

Stiamo parlando di cambiare il motore, non il movimento.

Puoi continuare a fare, creare, costruire, allenarti, crescere.
La differenza è da dove parte l’azione.

Quando la spinta nasce dalla paura di non valere, c’è sempre tensione di fondo. Anche quando ottieni risultati, sotto rimane instabilità.

Basta poco per sentirti di nuovo in difetto.

Quando l’azione nasce da presenza e pienezza, cambia la qualità interna dell’esperienza. Fai, ti impegni, dai il massimo, però il tuo valore non è più in gioco ogni volta.

Il tuo valore

Ciò che possiedi, ciò che fai, le persone che conosci, i ruoli, gli zeri in banca,... sono in continuo cambiamento, l’unica cosa che rimane costante è il tuo valore intrinseco.

C’è una prospettiva relativa, dove il tuo valore sembra cambiare in base a risultati, ruoli, confronto e a come stanno andando le cose nella tua vita.
E c’è una prospettiva più profonda, assoluta, dove il tuo valore non è legato a ciò che fai o ottieni, ma è una qualità dell’essere che non aumenta quando riesci e non diminuisce quando fallisci.

Quindi la prima cosa da riconoscere è: da dove sto guardando?

"Sto guardando me stesso e la vita dalla prospettiva dell’assoluto oppure da quella del relativo?" guarda il video completo qui per approfondire.

La rottura dell'identità

Non è un questione di cambiare lavoro, allontanati dalla famiglia, imporre confini, meditare ogni giorno, fare i saluti al sole,...

(almeno non come principio)

Perchè agire subito sulle situazioni esterne può dare sollievo momentaneo, però se l’identità di fondo resta la stessa, lo schema si ricrea altrove. Prima viene l’identità, poi le scelte.

Perchè se ti dico; ok Reader
“Ogni giorno, anche solo per 5 minuti, fai qualche respiro” possono diventare un’altra forma sottile di pressione.
Il rischio è spostare tutto sul comportamento e trasformare perfino il riposo in un compito da fare bene.

La scorciatoia che ho capito dopo anni è questa: lavora prima sul presupposto.

Chiediti con onestà:
Perché credo che fermarmi mi renda sbagliato?

Finché questa convinzione resta intatta, qualsiasi tecnica può diventare un altro dovere, un altro modo per cercare di sistemarti.

Il vero dilemma quindi è; continuo a soddisfare l’identità che ho sempre portato avanti e che mi sta esaurendo oppure ascolto quella parte di me che dice che correre così non ha più senso?

In quel momento non stai scegliendo tra due azioni.
Stai scegliendo tra due identità.

Ti abbraccio,

Daniele

P.s.

Prima di chiudere, una novità che ho deciso di introdurre per la community del corso "Libertà a partire da te".

Ogni mese ci sarà la possibilità di inviare la richiesta tra i partecipanti di fare una chiamata di coaching con me gratuitamente di 60-90 min.

Sarà uno spazio vero di lavoro, non una chiacchierata generica. Andremo in profondità su uno schema, un blocco o una situazione concreta che stai vivendo.

Se vuoi approfondire trovi più info dentro il corso!

Percorso individuale

Se invece vuoi lavorare con me individualmente in un percorso puoi ​candidarti​ al percorso 1:1, quando ci saranno posti liberi sarai avvisato/a.

​600 1st Ave, Ste 330 PMB 92768, Seattle, Seattle, WA 98104-2246
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